Teatro a Verona

Tommaso Chimenti recensisce “Il Pagliaccio”

La Stagione Culturale 26/27 del Teatro degli Orti si è aperta con la maratona teatrale di 12 ore con la recita integrale degli 8 Episodi della serie teatrale “Il Pagliaccio”, che ha accompagnato gli spettatori con un episodio al mese da ottobre a maggio della scorsa stagione.

Il giornalista e critico teatrale Tommaso Chimenti, tra i più premiati nel settori, ha assistito all’evento pubblicandone una recensione per la rivista CULTURA COMMESTIBILE

culturacommestibile.it

Cultura Commestibile n.634 del 10 ottobre 2026
Dodici ore in teatro

di Tommaso Chimenti

Dall’alba al tramonto, direbbe George Clooney, chiusi in teatro, felicemente, stancamente.Dalle dieci della mattina alle dieci della sera. Una domenica diversa, il giorno della festa che crea connessioni umane attorno ad un racconto, una comunità di carbonari che sceglie una storia da seguire, da bere, da gustare dalla prima all’ultima parola. Un atto di forza, del pubblico e soprattutto dell’attore in scena, per dirla alla Arnold Schwarzenegger. E’ questa la “follia” che si sono inventati quelli del Modus Teatro di Verona, Andrea Castelletti e Laura Munari, realtà della città sull’Adige che ogni anno, da dieci a questa parte, ha idee, illuminazioni, creatività, guizzi con oltre cento aperture a stagione. Una vera e propria maratona: un attore al leggio (un Castelletti energico, viscerale, materico, generoso che interpreta, modula dialetti e posture di tutti i personaggi fino alla Commedia dell’Arte) e una storia, divisa in otto episodi (qui accorpati in cinque) che durante la scorsa stagione è andata in scena ad intervalli regolari tenendo il pubblico con il fiato sospeso attendendo, il mese successivo, la nuova puntata. E’ raro trovare sul palcoscenico una serie teatrale come quelle alle quali siamo abituati sulle varie piattaforme: abbiamo ricordi di quella che portò a Roma Manuela Cherubini dal titolo “Bizarra” passando a “Sei Bianca” della Sinigaglia, continuando con “Santa Estasi” di Latella e giungendo a “Nelle puntate precedenti” di Pier Lorenzo Pisano.

E’ strano, divertente, insolito, un’avventura impegnativa e faticosamente intrigante e avvincente dalla colazione alla notte, dal latte al prosecco. Ho ricordi di una giornata intera in teatro con Ronconi, con Peter Stein, con Jan Fabre. Quella di Castelletti è una vera prova d’attore e di resistenza, da mattatore e one man show, con il suo denso “Il Pagliaccio”, scritto di suo pugno e che potrebbe a breve diventare un romanzo e forse, chissà, in futuro, avere anche una chance cinematografica. Già perché il testo, ambientato negli anni ‘90 e con vari rimandi autobiografici, sembra profondere immagini con una scrittura meticolosa e tribale, tambureggiante e fresca, incalzante e pulsante, tridimensionale. Quasi un romanzo di formazione che adesso mette al centro l’Amore, con la a maiuscola, ora è un’ode a Verona, compresi i difetti e i vizi, ma sullo sfondo appare lampante l’inno al Teatro, ai suoi cliché, alle sue figure, ai suoi gesti, al fuoco che muove i personaggi, alle parole che s’incendiano e che cambiano le esistenze divenendo reali, tangibili, concrete.

“Il Pagliaccio”, prende le mosse e l’ispirazione dall’opera di Leoncavallo, è l’attore in scena, che deve scindere l’arte e la realtà ma siamo anche tutti noi nelle nostre vite ordinarie; i versi “Vesti la giubba e la faccia infarina. La gente paga e rider vuole qua” sottolineano l’inespugnabile solitudine esistenziale dell’interprete sul palcoscenico come di ogni uomo e donna in questa dimensione con le sue dinamiche, schiacciati, pressati, compressi, costretti dentro volti, momenti, sogni infranti dovendo sorridere alla vita anche con la morte nel cuore perché non puoi mostrarti debole, sconfitto, annientato dal dolore. C’è musicalità e un incedere di corsa a perdifiato in questa scrittura divertita, un’apocalisse di sillabe che si infrangono sulla platea come cascata, scrosciante di piccole gemme, a tratti erotica soprattutto nel raccontarci l’inizio della strana storia d’amore (mix tra gli amanti di Chagall e quelli di Peynet ma anche “Il tempo delle mele” e la scena dell’amplesso in “Harry ti presento Sally”) tra Zeno (non a caso il patrono di Verona) giovane attore amatoriale e Anna (palindroma quindi bifronte come Giano ma anche un riferimento velato ad un’altra celebre storia d’amore musicale, quella di “Anna e Marco” di Lucio Dalla) bibitara ambulante all’Arena (uno dei venditori più famosi della storia recente italiana è stato Luigi Di Maio che esercitava la professione al San Paolo di Napoli), sinuosa, ingenua, candida ma tremendamente e terribilmente eccitante e conturbante. La drammaturgia è un Far West convulso in apnea, un agglomerato, un parapiglia in subbuglio onomatopeico, una Babele allegramente caotica che ci porta dentro la storia di questi novelli Romeo e Giulietta (sottolineata anche dalla struggente ballata omonima dei Dire Straits) che nasce e cresce.

Castelletti (che pare un guerriero Khmer) è efficace, caravaggescamente in nero, ci sa stare, eccome, sul palco nero, non si risparmia dietro il leggio nero tra le tende nere: sono le parole a prendere forma e sostanza, a diventare carne, a farsi sangue e viscere, ad esplodere, a farsi verità, a riempire lo spazio, ad implodere poderose con la loro carica di urgenza. Molti anche i colpi e le critiche che assesta al mondo del Teatro: “Dovrebbero mettere un bagarino come soprintendente”, “Non capisco chi fa teatro e non va a vederlo”. E’ anche una lectio sull’intimità del teatro stesso (prima di trasformarsi in thriller), appassionata che trasuda una voglia irrefrenabile di assorbire, imparare come spugna, inseguire un ideale: “La differenza tra il musicista e l’attore è che l’attore è sia strumentista che strumento”. Ma è anche un grande viaggio musicale che ci prende e ci porta via, per dirla a metà strada tra Ammaniti e Vasco, passando da Robbie Williams a Grignani e Natalie Imbruglia, dai Doors e Offsprings agli Skunk Anansie e Red Hot Chili Peppers, da Satie e Luca Carboni ai Led Zeppelin, Nirvana, U2, Litfiba e Mariah Carey, fino a “Creep” dei Radiohead che, se vogliamo, forzando un po’ la mano alla traduzione, potremmo usare il termine come traslitterazione del “pagliaccio” del titolo. Un grande progetto anche amaro senza happy end: “Ci sono più attori fuori che dentro i teatri”. Il Modus ha fatto qualcosa di straordinario: e se ogni maledetta domenica (per dirla alla Al Pacino) i teatri rimanessero aperti per leggere romanzi e ascoltare classici?

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Recensione Chimenti Il Pagliaccio Castelletti

Recensione Chimenti Il Pagliaccio Castelletti


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